Translate

25 maggio, 2013

Omelia per la solennità della SS. Trinità – Santa Messa di ringraziamento per il riconoscimento del martirio del Servo i Dio Rolando Rivi da parte del Papa

Omelia per la solennità della SS. Trinità – Santa Messa di ringraziamento per il riconoscimento del martirio del Servo i Dio Rolando Rivi da parte del Papa

San Valentino
25-05-2013
Cari fratelli e sorelle,
 
la guerra era finita da poche settimane quando, alla fine di maggio, nel 1945, gli abitanti di San Valentino vissero uno straordinario e intensissimo momento di preghiera in questa antica pieve. Un bambino di questa terra, un chierichetto di questa parrocchia, un giovane seminarista del seminario diocesano di Marola, Rolando Rivi, era stato rapito, barbaramente picchiato e ucciso a soli 14 anni. Uomini, accecati dall’ideologia, lo odiavano, per la sua ardente testimonianza di fede, che suscitava negli altri ragazzi il desiderio di seguirlo e di diventare, come lui, amici di Gesù.
 
Il martirio, come sapete, avvenne il 13 aprile 1945 a Piane di Monchio, in territorio modenese. Oggi penso a lui, in ginocchio nel bosco, umiliato, sfinito, privato a forza della sua veste talare, che tanto amava, come segno della sua appartenenza all’amico Gesù e alla sua Chiesa. Quando capì che i suoi persecutori non avrebbero avuto pietà, chiese, nell’ultimo istante della sua vita terrena, di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (Rm 8,35). Né le percosse, né gli insulti, né gli sputi, né le cinghiate, né la paura, né il freddo, né la fame hanno potuto strapparlo dalla mano del suo grande amico: «Io sono di Gesù».
 
In uno degli ultimi giorni di maggio del 1945, quando la guerra finalmente era finita, la salma del giovane seminarista, che provvisoriamente aveva avuto sepoltura cristiana nel cimitero di Monchio, fu riportata qui, a San Valentino, su un biroccio trainato da un cavallo. Gli abitanti del paese gli andarono incontro [in località Montadella] e gli amici portarono a spalla la piccola bara negli ultimi chilometri. Il lungo corteo arrivò in questa Pieve, dove tutti si unirono in preghiera. Fu il primo momento in cui il popolo cristiano accolse spontaneamente Rolando come martire della fede e fu anche una festa della libertà religiosa, perché le campane, silenziate durante la guerra, tornarono a suonare a distesa e le bandiere dell’Azione Cattolica, proibite durante il fascismo, tornarono a sventolare pubblicamente.
 
Oggi, come allora, ci ritroviamo in preghiera per riconoscere Rolando Rivi martire della fede. Lo facciamo con la stessa commozione di allora, ma con una nuova, profonda certezza che ci viene dalla decisione del Santo Padre Francesco che, il 27 marzo scorso, ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a scrivere il decreto sul martirio di Rolando. Rolando Rivi è martire! Per questo sarà proclamato Beato. [Dono che la misericordia del Signore fa alla nostra vita e al mondo. Ringrazio il “Comitato Amici di Rolando Rivi”, che ne ha promosso e ne sostiene la causa di beatificazione e canonizzazione, per questo grande servizio alla Chiesa.]
 
Oggi celebriamo la festa della Santissima Trinità, festa del Padre creatore e salvatore, festa del Figlio che si è incarnato, è morto e risorto per noi, festa dello Spirito santificatore. Senza guardare alla Trinità non possiamo comprendere nulla del martirio di un cristiano. Non possiamo comprendere che il martire vero non disprezza la vita, non odia nulla e nessuno, ama anzi la luce, i colori, le cose belle e buone di cui è ricco il mondo. Ma un amore più grande occupa il suo cuore: Gesù è amato come il bene primario, l’amico più sicuro, colui che ha dato tutto se stesso per noi. E lo Spirito infonde in lui e in noi la stessa carità di Cristo, ce lo rivela e, assieme a lui, ci rivela anche il cuore dell’uomo.
 
L’incontro con Cristo è avvenuto per Rolando nella sua famiglia che lo ha accolto come dono di Dio e che, per lui, ha chiesto il Battesimo; a scuola, dove brave maestre cristiane lo hanno educato a riconoscere l’impronta del Creatore nella realtà; in parrocchia, dove la fede profonda e la grande umanità di don Olinto Marzocchini hanno suscitato in lui il desiderio di diventare sacerdote. I genitori, le maestre, il sacerdote sono stati per lui il volto visibile di Cristo, vero padre, amico, maestro. Rolando col suo cuore ardente ha detto un sì pieno al grande amico incontrato, desiderando che ogni giorno della vita, per essere bello e vero, fosse insieme a Cristo nella compagnia della Chiesa. «Io sono di Gesù», diceva. Ogni attimo della giornata è utile solo se vissuto in questa appartenenza.
Rolando è stato trasformato da questo incontro. Era il più scatenato nei giochi e il più assorto nella preghiera; desiderava il vero bene degli altri ragazzi e li guidava alla Chiesa; voleva essere sacerdote e missionario per far conoscere il suo grande amico a tutti gli uomini, in particolare ai più poveri e ai più lontani.
 
Ma Rolando ci insegna anche che la strada dell’amicizia con Gesù passa sempre attraverso la croce. Per tornare nel seno del Padre nella gloria della resurrezione, Cristo è salito sulla croce. Non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Rolando ha compiuto il più grande gesto di amore dando la vita per il suo grande Amico, e donandola a Cristo l’ha donata per ognuno di noi.
 
Rolando, che ha amato Cristo sopra ogni cosa, è per noi un amico vero. Lo possiamo dire con totale certezza dopo il sì pronunciato dal Santo Padre.
 
Per questo oggi, rendendo grazie al Signore per il dono del nostro martire bambino, ringraziamo Papa Francesco che ha indicato a noi e a tutto il mondo Rolando come compagno sicuro sulla via della santità.
 
Cari fratelli e sorelle, ci diamo tutti appuntamento il 5 ottobre, in Piazza Grande, di fianco al Duomo di Modena, per celebrare la festa della beatificazione. Con la beatificazione le sue preziose reliquie non resteranno più sotto il pavimento di questa chiesa, ma verranno collocate nell’altare della Madonna del Carmelo, qui alla mia sinistra. Maria ci custodisca nel cammino e ci guidi a rimanere ogni giorno nell’amore di Cristo per portare molto frutto, come Rolando.
 
Amen.

✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla



13 maggio, 2013

Biografia del seminarista beato Rolando Maria Rivi - IO SONO DI GESÙ

Rolando Maria Rivi, nasce mercoledì 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”,

lodi del Signore.
Nella festa del Corpus Domini, 16 giugno 1938, Rolandino ricevette la I Comunione e fu davvero per lui festa umile e solenne: Gesù diventava il suo intimo Amico. A scuola, guidato dalla maestra Clotilde Selmi, giovane donne dalla Comunione quotidiana, preparata e tutta dedita alla sua missione di educatrice cristiana, seppe dare buoni risultati: sostenuto da una vivace intelligenza, imparava con facilità e aiutava volentieri i compagni.
Era generosissimo con i poveri di passaggio ai quali donava con larghezza, dicendo: “La carità non rende povero nessuno. Ogni povero per me è Gesù”. Il 24 giugno 1940, dal Vescovo diocesano di Reggio Emilia, Mons. Edoardo Brettoni, Rolando ricevette la Cresima. Si sentì ancora più obbligato con il Signore Gesù, “un soldato di Cristo”, come allora si diceva, e prese forti impegni con Lui: la Messa e Comunione quotidiana, la Confessione settimanale, il Rosario alla Madonna ogni giorno, da solo e in famiglia.
I suoi piccoli amici del borgo, Rolando cercava di portarli in chiesa, al catechismo, davanti al Tabernacolo, per crescere nella fede e nell’amore al Signore. Papà Roberto si chiedeva: “Chi mai sarà questo bambino?”. Rolando finì le elementari in modo brillante. La maestra ricorderà sempre “i suoi occhi vivi, espressivi al massimo, cui non sfuggiva nulla, la sua intuizione immediata, la logica serrata dei suoi ragionamenti, la sua ottima memoria”.
A lui, però, ciò che più importava, era il rapporto, intenso, sempre più intenso con Gesù. Il sacerdote all’altare – don Narzocchini, sua guida e modello di vita – quando consacrava il Pane e il Vino nella Messa, gli appariva grande da toccare il Cielo: “Perché – si domandava – non avrebbe potuto essere come lui?”.
S. Pio X, il papa dell’Eucaristia ai bambini in giovanissima età, un giorno previde: “Ci saranno tanti ragazzi santi e tanti chiamati al sacerdozio, grazie a Gesù Eucaristico adorato e santamente ricevuto da loro”.
Per tutta la prima metà del secolo XX – e oltre – grazie a una pedagogia davvero eucaristica da parte delle parrocchie e dell’Azione Cattolica, la “profezia” di S. Pio X si è avverata largamente: lo scrivente, ricercatore di “santità giovane”, lo può ampiamente documentare, appoggiandosi anche sulla testimonianza scientifica e teologica di illustri Maestri della psicologia, del dogma e dell’ascetica cristiana, quali P. Agostino Gemelli, P. Garrigou-Lagrange, il Card. Pietro Palazzini (si veda il testo di L. Castano, Santità giovanile, LDC, Torino, 1989).
Ebbene, proprio nell’ambito della profezia di S. Pio XII, Rolando Rivi, decenne, a contatto di Gesù vivo nel Tabernacolo e del suo parroco don Marzocchini, vero “sacerdos propter Eucaristiam”, sentì la voce di Gesù che lo chiamava alla santità e al sacerdozio. A 11 anni, decise: “Voglio farmi prete. Papà, mamma, vado in Seminario”.
Così all’inizio dell’ottobre 1942, entrò in Seminario, a Marola (Reggio Emilia), vestendo subito l’abito talare, come allora si usava. Studiava con serietà e, con la sua bella voce, faceva parte del coro. Stava assai volentieri davanti all’Eucaristia, appassionato sempre di più della sua vocazione, sentendosi un prediletto di Dio.
A casa, in vacanza, durante l’estate, continuava a vivere da seminarista, con fedeltà ai suoi impegni, la Messa e la Comunione quotidiana, la meditazione al mattino, la visita al SS.mo Sacramento e il Rosario alla Madonna, ogni sera, in una vita di studio e di purezza, e facendo apostolato tra i compagni. Portava sempre con orgoglio l’abito religioso, spiegando: “È il segno che io sono di Gesù”.
Suonava in chiesa l’harmonium e accompagnava i cantori, tra i quali il suo ottimo papà, Roberto Rivi, fiero di cantare con il suo “tesoro” che si preparava, più convinto che mai, a diventare “un altro-Gesù” nel sacerdozio. Lo si vedeva spesso circondato da piccoli amici, con i quali il discorso era caldo di luce e di amore: voleva raccoglierli tutti attorno a Gesù, insegnare loro ad amarlo come Lui solo merita di essere amato.


Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare che non lascerà più sino al martirio.

Nella primavera del 1945, a San Valentino, alcuni partigiani aggredirono e umiliarono don Olinto. A causa di questa gravissima aggressione, il parroco fu costretto a rifugiarsi altrove. Intanto nei paesi vicini, alcuni sacerdoti furono addirittura uccisi da bande di partigiani mossi dall’odio verso la Chiesa Cattolica. Rolando era consapevole della gravità della situazione e quanto fosse allora rischioso spostarsi normalmente per il paese, le zone limitrofe, indossando l’abito da prete. Rolando non voleva saperne di togliersi la veste talare. Più volte i genitori cercarono di persuaderlo anche in modo fermo e deciso. Lui fu ancor più fermo e deciso: “Ma no, non posso, non devo togliermi la veste. Io non ho paura, io sono orgoglioso di portarla. Non posso nascondermi. Io sono del Signore”. Non solo, Rolando non mancava perfino di contraddire e contrastare anche pubblicamente chiunque inveisse contro la Chiesa o cercasse di sfotterlo perché indossava la veste talare. Il 10 aprile 1945, martedì dopo la Domenica in Albis, al mattino presto, Rolando era già in chiesa: visse ed animò la Messa suonando l’armonium. uscito dalla chiesa, andò a studiare come ogni mattina nel boschetto a pochi passi da casa. Come sempre indossava l’abito talare; quel mattino un gruppo di partigiani lo sequestrò. Il ragazzo fu in balìa dei suoi rapitori per tre giorni. Per quanto se ne è saputo, probabilmente dagli atti processuali, i suoi aguzzini hanno inveito contro di lui pronunciando ingiurie contro la Chiesa e atroci bestemmie contro Gesù. Poi, occorre dolorosamente riferirlo, lo flagellarono, si scagliarono contro il suo corpo inerme percuotendolo ripetutamente. Infine lo spogliarono della veste talare… Lo condussero in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena). Quando capì che stavano per ucciderlo, Rolando singhiozzò, chiese di essere risparmiato, gli sferrano un calcio.

Rolando formulò un’ultima richiesta: “Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà”, si inginocchiò e continuò silenziosamente a pregare. Venne freddato a colpi di pistola. Il suo corpo venne coperto con poche palate di terra e foglie secche; i suoi uccisori giocarono a calcio con la sua veste talare dopodiché la appesero sotto il porticato di una casa vicina. Era venerdì 13 aprile 1945. Lì, in quella fossa improvvisata, fu trovato dal suo amico sacerdote don Alberto Camellini e dal papà Roberto, dopo che uno degli stessi assassini aveva indicato loro dove trovarlo. Dopo 60 anni, il 7 gennaio 2006, l’arcivescovo di Modena mons. Benito Cocchi, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 30 settembre 2005, ha dato inizio, nella Chiesa modenese di Sant’Agostino, al processo diocesano per la beatificazione del seminarista Rolando Rivi, martire innocente, caduto sotto l’odio anticlericale e anticristiano del tempo, per aver voluto testimoniare, indossando l’abito talare fino all’ultimo, la sua appartenenza a Cristo. Il 27 marzo 2013 il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare, tra gli altri, anche il decreto riguardante il martirio del servo di Dio Rolando Rivi. Rolando è stato beatificato a Modena il 5 ottobre 2013. Beato Rolando, ti chiedo di prenderti cura di noi adulti, di noi genitori con la stessa premura che hai avuto verso i tuoi genitori prima di andare ad abbracciare l’Amato del tuo cuore e ancora, così come facesti con i tuoi compagni più tiepidi e scostanti, così come li contagiavi con la tua fede, con l’ardore della tua umanità centuplicata da Cristo, fa così anche con me, con i nostri figli, con ognuno di noi, quando ci priviamo della possibilità di vivere la bellezza, l’intensità e la profondità del vivere in Gesù, dentro ogni cosa, in ogni cosa e sopra ad ogni cosa.

Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro. Nell’estate del 1944 il seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista, sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare. Il primo aprile di quell’anno, Pasqua di resurrezione, don Olinto Marzocchini è già rientrato a San Valentino e al suo fianco è rimasto il giovane curato. Durante la Settimana Santa, Rolando ha partecipato alle celebrazioni liturgiche con grande entusiasmo. E giovedì, davanti all'altare dell'Eucarestia, ornato di fiori e di ceri accesi, ha pregato: «Grazie, Gesù, perché ci hai donato Te stesso nell'Ostia santa e rimani sempre con noi... Aiutami a ritornare presto in seminario e a diventare sacerdote». Il venerdì, baciando il Crocifisso, ha ripetuto l'offerta al suo grande Amico: «Tutta la mia vita per Te, o Gesù, per amarTi e farTi amare». Il giorno di Pasqua, durante le Messe, Rolando suona l'organo accompagnando i canti. Riceve Gesù nella Comunione. In sacrestia, il parroco gli dice: «Sei stato bravo, Rolando! Per tutti i servizi fatti nella Settimana Santa, accetta questo piccolo dono... E che il Signore ti benedica», e gli mette in mano una piccola somma. Si sente nell'aria qualcosa di nuovo. C'è ancora la guerra, ma tutti sentono che volge alla fine. Nei giorni successivi, Rolando non manca mai alla Messa e alla Comunione. Poi, tornato a casa, esce con un libro sotto braccio e va a studiare presso un boschetto non lontano dalla sua abitazione. Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, è già in chiesa: si celebra la Messa cantata in onore di San Vincenzo Ferreri, che non si è potuta celebrare il 5 aprile, giorno anniversario, essendo l'ottava di Pasqua. Suona e accompagna all’organo i cantori, tra i quali c'è anche il papà. Si accosta alla Comunione e si raccoglie in preghiera a ringraziare il Signore. Prima di uscire, prende accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche l'indomani. Torna a casa. I suoi genitori vanno a lavorare nei campi. Rolando, con i libri sottobraccio, si reca come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa. Indossa, come sempre, la sua veste nera. A mezzogiorno, non vedendolo ritornare, i genitori lo vanno a cercare. Tra i libri, sull'erba, trovano un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi, partigiani». Il papà e il curato di San Valentino, in forte ansia, cominciano a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo. Cosa sarà mai capitato?... Alcuni partigiani comunisti lo hanno portato nella loro «base». Rolando capisce con chi si trova. Quelli lo spogliano della veste talare, che li irrita troppo. Ora hanno davanti a loro un povero ragazzo di quattordici anni, tremante, vestito poveramente, come Gesù nel pretorio di Pilato. Alle loro beffe, Rolando risponde: «Sono un ragazzo, si, un seminarista... e non ho fatto nulla di male». Quelli lo insultano, lo percuotono con la cinghia sulle gambe, lo schiaffeggiano. Adesso hanno davanti un ragazzino coperto di lividi, piangente. Così era stato fatto, un giorno lontano, a Gesù. Rolando, innocente, prega nel suo cuore e chiede pietà. Qualcuno si commuove e propone di lasciarlo andare, perché è soltanto un ragazzo. Ma altri si rifiutano: prevale l'odio al prete, all'abito che lo rappresenta. Decidono di ucciderlo. Lo portano in un bosco presso Piane di Monchio (Modena). Davanti alla fossa già scavata, Rolando comprende tutto. Singhiozzando implora di essere risparmiato. Gli viene risposto con un calcio. Allora dice: «Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà». Si inginocchia sull'orlo della fossa e prega per sé, per i suoi cari, forse per i suoi stessi uccisori. Due scariche di rivoltella lo rotolano a terra, nel suo sangue. Un ultimo pensiero, un ultimo palpito del cuore per Gesù, perdutamente amato... Poi la fine. Quelli lo coprono con poche palate di terra e di foglie secche. La veste da prete diventa un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina 7. Era il 13 aprile 1945, ricorrenza del giovane martire Sant'Ermenegildo, venerdì, come quando Gesù si immolò sulla croce. Rolando aveva quattordici anni e tre mesi. In quell'istante il cielo si apri e Gesù accolse nella sua gloria Rolando Maria Rivi, piccolo angelo, martire della fede. Con la vita, con la parola e perfino con il suo sangue aveva proclamato: «Quanto ho di più caro al mondo è Cristo: Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui>> I genitori, spaventati dall’odio partigiano, invitarono il figlio a togliersi la talare; tuttavia egli rispose: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho voglia di togliermela. Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù». Questa pubblica appartenenza a Cristo gli fu fatale. Un giorno, mentre i genitori si recavano a lavorare nei campi, il martire Rolando prese i libri e si allontanò, come al solito, per studiare in un boschetto. Arrivarono i partigiani, lo sequestrarono, gli tolsero la talare e lo torturarono. Rimase tre giorni loro prigioniero, subendo offese e violenze; poi lo condannarono a morte. Lo condussero in un bosco, presso Piane di Monchio (Modena); gli fecero scavare la sua fossa, fu fatto inginocchiare sul bordo e gli spararono due colpi di rivoltella, una al cuore e una alla fronte. Poi, della sua nera e immacolata talare, ne fecero un pallone da prendere a calci. Era venerdì 13 aprile 1945. Per questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato. muore Venerdì 13 aprile 1945 ore 15.00, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avrebbero avuto pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia. Aveva 14 anni 3 mesi e 6 giorni. Dopo la Liberazione, il 29 maggio 1945 la salma fu traslata e tumulata nel cimitero di San Valentino, con l'omaggio di tutti i parrocchiani. Essendo divenuta la sua tomba meta di pellegrinaggi, il 26 giugno 1997, con una solenne cerimonia, gli venne data nuova sepoltura all'interno della chiesa di San Valentino, nel sacrario dei parroci della pieve. Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condanna gli autori dell’efferato omicidio. La condanna viene confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventa definitiva in Cassazione. Il 7 gennaio 2006, su iniziativa del Comitato Amici di Rolando Rivi, nella chiesa di S. Agostino, a Modena, si apre il processo diocesano per la beatificazione e dichiarazione del martirio del servo di Dio Rolando Rivi. Il processo diocesano viene chiuso in modo solenne dall’Arcivescovo Abate di Modena Nonantola, S.E. Mons. Benito Cocchi, il 24 giugno 2006, con l’affermazione che il martirio del giovane seminarista “ci pare avvenuto realmente in odium fidei”. Rolando Rivi è il primo tra i 130 sacerdoti e seminaristi uccisi sul finire della guerra e nel dopoguerra dai partigiani comunisti, per impedire che portassero il contributo della propria fede cristiana e delle proprie idee di libertà alla nuova Italia che stava nascendo, per cui è stata avviata la causa di beatificazione. Il 23 giugno 2010 lapositio del servo di Dio Rolando Rivi viene iscritta nel protocollo dei martiri presso la Congregazione per le cause dei Santi a Roma. Il 18 maggio 2012 la decisione dei teologi, che riconosce la validità del martirio, spalanca le porte alla beatificazione che ora appare imminente. Dopo la firma dei Cardinali e del Papa, Rolando potrà salire all’onore degli altari


PREGHIERA PER OTTENERE L'INTERCESSIONE DEL BEATO ROLANDO MARIA RIVI


O Dio, Padre misericordioso, che scegli i piccoli per confondere i potenti del mondo, Ti ringrazio per averci donato, nel seminarista Rolando Rivi, una testimonianza d'amore totale al tuo Figlio Gesù e alla sua Chiesa, fino al sacrificio della vita. Illuminato da questo esempio e per intercessione di Rolando, ti chiedo di darmi forza di essere sempre segno vivo del tuo amore nel mondo e ti supplico di volermi concedere la grazia... che ardentemente desidero. Un Padre nostro. Dieci Ave Maria. Un Gloria al Padre. Signore Gesù, Fratello maggiore dei martiri, grazie perché ora ci chiami a mettere i nostri passi sui passi di nostro fratello Rolando che, pur amando immensamente la vita perché tuo dono, non ha esitato a rimetterla nelle tue mani, perché, anche quanti credevano di strappargliela, potessero aprire gli occhi del cuore e scoprire il tuo Volto nel suo volto sfigurato. Nei martiri noi riconosciamo il punto di incontro tra la nostra responsabilità e la tua grazia; accettiamo lo scandalo del loro sangue versato che dona salvezza e vita; accogliamo la sconfitta del male che sembra vincere il bene; contempliamo il mistero delle tenebre sconfitto e illuminato dalla luce. Vogliamo seguirti in questo cammino di amore, per imparare dai nostri fratelli e sorelle, testimoni di perdono e di pace, che la croce, strumento di morte, porta il Crocifisso, il nostro Signore Gesù, Salvatore risorto e vincitore di tutte le morti. Illumina il nostro cuore con il tuo Spirito, perché i nostri passi non esitino a seguire le tue orme e di quanti ti hanno seguito su tutti i Calvari del mondo ed ora sono nella tua Vita. Amen O Dio onnipotente ed eterno, che hai ispirato al beato martire Rolando il desiderio di essere totalmente di Gesù, concedici, per sua intercessione, i doni del tuo Spirito, perché là ove la dignità dell’uomo e la libertà di credere sono calpestate, non manchino cristiani coraggiosi che sappiano porsi come testimoni di verità e di amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.


Signore Gesù, Fratello maggiore dei martiri,

grazie perché ora ci chiami a mettere i nostri passi

sui passi di nostro fratello Rolando che, pur amando immensamente la vita perché tuo dono, non ha esitato a rimetterla nelle tue mani, perché, anche quanti credevano di strappargliela, potessero aprire gli occhi del cuore e scoprire il tuo Volto nel suo volto sfigurato.

Nei martiri noi riconosciamo il punto d'incontro

tra la nostra responsabilità e la tua grazia; accettiamo lo scandalo del loro sangue versato che dona salvezza e vita; accogliamo la sconfitta del male che sembra vincere il bene; contempliamo il mistero delle tenebre sconfitto ed illuminato dalla luce.

Vogliamo seguirti in questo cammino di amore, per imparare dai nostri fratelli e sorelle, testimoni di perdono e di pace, che la croce, strumento di morte,

porta il Crocifisso, il nostro Signore Gesù, Salvatore risorto e vincitore di tutte le morti.

Illumina il nostro cuore con il tuo Spirito, perché i nostri passi non esitino a seguire le tue orme e di quanti ti hanno seguito su tutti i Calvari del mondo ed ora sono nella tua Vita. Amen


O Dio onnipotente ed eterno, che hai ispirato al beato martire Rolando il desiderio d'essere totalmente di Gesù, concedici, per sua intercessione, i doni del tuo Spirito, perché là ove la dignità dell’uomo e la libertà di credere sono calpestate, non manchino cristiani coraggiosi che sappiano porsi come testimoni di verità e d'amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

INNO DEDICATO AL BEATO ROLANDO MARIA RIVI SOLDATO DI CRISTO


Miles Christi parole e musica: Morgana Montermini Testo in latino: Enrico Monti


Nei tepori del bosco di primavera parlavi coi fiori, le piante e con Dio guardavi la luce delle braccia del sole toccare la terra e fare mille figure di angeli e fate e brillare sull'argento fra i grani d'amore pregando Maria questo bosco è un Altare questa vita è la mia dentro all'abito nero non esiste mistero. Un vento leggero sulle pagine sacre legge frasi in latino e le porta lontano anche a chi fa la guerra a chi ha odio nel cuore e che a forza di uccidere ha bruciato l'amore RIT: AMORE, SOLO PER AMORE, VENITE IN QUESTO BOSCO PER NON DIMENTICARE CERCATE L'AMORE NIENTE ODIO, MA AMORE PER RICUCIRE UN CUORE PERDONATE COL MIO NOME PREGATE E USATE AMORE Ma il sole ha una tenda che chiude nelle tempesta e nel bosco che prega scende un tuono di giorno anime senza più pace tracciano orme pesanti "a morte i preti e le suore, saran trofei in queste ore" Partigiani sconfitti senza casa ed onore urlano "lascia il tuo Dio e rinnega l'amore" togli l'abito nero brucia il sogno non vero la tua vita non conta e il tuo Dio non ti salva. Vola in alto una piuma che si stacca dal ramo è una foglia leggera che pronuncia il Tuo nome "perdona loro non sanno quello che stan facendo" e in quel momento la vita vola sulla Salita. RIT: AMORE, SOLO PER AMORE, VENITE IN QUESTO BOSCO PER NON DIMENTICARE CERCATE L'AMORE NIENTE ODIO, MA AMORE PER RICUCIRE UN CUORE PERDONATE COL MIO NOME PREGATE E USATE AMORE Ea die pugna fuit mortis cum vita miles Christi vicit gratiam donans (Quel giorno ci fu un duello fra la vita e la morte. Il soldato di Cristo ha vinto donando il perdono) Eos gratiam age quia non noscunt quod faciunt (perdona loro non sanno quello che stanno facendo) Eli Eli Amorem meum tibi, Deus, cum tota anima mea ex aeternitate dono (signore signore il mio amore a te o Dio con tutta la mia anima dono per l'eternità) Ego sum Miles Christi Ego sum Miles Christi Ego sum Miles Christi Ego sum Miles Christi.


Patrono, dei Chierichetti, ricorrenza della Liturgia il 29 maggio.


Beato Rolando Maria, prega, per noi.



Morto 


A soli quattordici tre mesi e sei giorni di vita.





14 aprile, 2013

Lettera alla Diocesi su Rolando Rivi

 Lettera alla Diocesi su Rolando Rivi


 Reggio Emilia, 14 aprile 2013

Il vescovo Massimo Camisasca ha appreso con gioia la notizia che il Santo Padre Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto per il martirio di Rolando Rivi, seminarista nella nostra casa di formazione a Marola dal 1942 fino alla morte, quando è stato ucciso in odio alla fede.“Possa la nostra Chiesa in questo Anno della fede ritrovare, anche per l’intercessione dei suoi santi e dei suoi martiri, la gioia e la baldanza della propria fede. Sappia comunicarla con passione agli uomini e alle donne che non conoscono Cristo. Sappia essere sempre strumento di riconciliazione con Dio e fra gli uomini. Chiediamo a Rolando Rivi, presto beato, di ottenere la grazia di tante vocazioni per la nostra Chiesa”.
 
Di seguito il testo della lettera alla Diocesi:
 
Cari fratelli e figli,
sabato scorso, 13 aprile, nel pomeriggio, nel Duomo di Modena, ho concelebrato
con l’arcivescovo la Santa Messa nella ricorrenza del martirio del nostro Rolando Rivi,
ucciso proprio il 13 aprile 1945 a Monchio, in terra modenese. Era nato e vissuto nella
nostra Diocesi, seminarista nel seminario di Marola e ora è sepolto nella Pieve di San
Valentino, dove era stato battezzato e dove aveva incontrato don Olinto Marzocchini,
infaticabile educatore appassionato al vero bene dei suoi parrocchiani. Guardando a
lui maturò in Rolando il desiderio di diventare sacerdote e a undici anni il ragazzo vestì
per la prima volta la veste talare che non avrebbe più lasciato sino alla morte.
Durante la mattina del 13 aprile mi ero recato per la prima volta, in preghiera, sui
luoghi del martirio e della sepoltura di Rolando. L’arcivescovo di Modena, Antonio Lanfranchi,
ha annunciato al termine della Santa Messa che la beatificazione avverrà a
Modena, molto probabilmente sabato 5 ottobre. Si attende soltanto il consenso definitivo
del Santo Padre.
Cosa significa e cosa chiede a tutti noi un evento di questa portata?
Innanzitutto di prendere coscienza di ciò che è accaduto, di non lasciarlo passare
invano, di non vivere distratti nelle nostre opere, dimenticandoci delle opere di Dio.
Senza la capacità di guardarle, di gioirne, di esserne riempiti.
Il martirio è innanzitutto opera di Dio che chiede a una persona se accetta di essere
suo testimone di fronte a tutti gli uomini e a tutti i secoli. Certo Dio si serve anche della
barbarie e della cattiveria degli uomini. Essi, inconsapevolmente, diventano servitori
della Sua gloria.
Dio ha chiesto a Rolando il dono di tutta la sua vita. 14 anni per Lui sono come
un tempo infinito (cfr. 2Pt 3,8). E Rolando ha maturato lungo questi suoi anni il suo
sì. “Io sono di Gesù”: questa sua espressione che egli vedeva esteriormente rivelata
dalla veste talare, che gli verrà strappata prima del martirio, manifestava il suo cuore
interamente donato. Egli sapeva che in Gesù tutto era suo. Nulla gli poteva essere veramente
strappato. Questa è la grandezza del martire. Egli dona il suo corpo e la sua
vita mortale perché sa che l’anima, cioè la vita vera, che si esprimerà nel corpo risorto,
non gli può essere tolta da nessuno.
Dante Alighieri all’inizio del Purgatorio ha un verso che sento molto vicino alla vicenda
di Rolando: «la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara» (Purgatorio, I, 75). La «vesta»
è il corpo. Nel caso di Rolando è anche la sua veste talare che brillerà nella resurrezione
di una luce abbagliante e festosa.
Il martirio di Rolando Rivi, riconosciuto ora dalla Chiesa, non è la vittoria di una parte
su un’altra, è la vittoria della fede. Secondo l’espressione di san Giovanni: «Questa
è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (cfr. 1Gv 5, 4). Non è un caso, dunANNO
2013 – Primo semestre
119
que, anzi è un grande dono che la beatificazione di Rolando possa avvenire in tempi
così brevi proprio nell’Anno della Fede. Essa è un invito a riscoprire il dono prezioso
della fede, che Cristo ha ottenuto per noi sulla croce, che ci ha raggiunti attraverso
il battesimo, ma che noi spesso trattiamo come un dono qualsiasi dimenticandolo o
addirittura calpestandolo.
Rolando ottenga allora per tutti noi la gioia della fede, la gioia per l’elezione, un
privilegio che non viene dai nostri meriti, ma che per noi suona come responsabilità,
invito alla testimonianza, donazione di noi stessi ai nostri fratelli. Il martirio è la forma
più alta di povertà ed è perciò la testimonianza più alta della resurrezione. Con Cristo
ci sono dati tutti i beni necessari per la vita presente e futura e nello stesso tempo
siamo invitati a lasciare ciò che ci ingombra, ciò che rende pesante le nostre giornate,
il fardello faticoso dei nostri egoismi, invidie, gelosie, rivalità. Rolando ottenga per tutti
noi la scoperta di essere una sola cosa in Cristo. La scoperta della comunione, che
fonda la nostra unità non al di là di tutte le nostre differenze, ma godendo dei doni di
ciascuno, come ricchezza colorata e varia delle nostre comunità.
Non posso infine dimenticare che Rolando è stato un seminarista del nostro seminario
di Marola. Tutto ciò non mi porta innanzitutto a pretendere da lui il dono di un
numero sufficiente di preti. Quanti possono essere? Chiedo piuttosto che i giovani abbiano
a scoprire che la loro vita stessa è vocazione, è chiamata da Dio a una ricchezza
di esperienze positive in alleanza con Lui. Ogni vocazione cristiana ha una sua grandezza
di fronte a Dio e agli uomini, ha una sua ragion d’essere e un suo posto. Solo
quando abbiamo considerato tutto questo, allora possiamo permetterci di chiedere
per l’intercessione del beato Rolando Rivi il dono di vocazioni sacerdotali autentiche,
appassionate, pienamente umane e pienamente aperte ai doni dello Spirito.
Possa il nostro beato Rolando ottenere da Dio tutte queste grazie per noi! Da parte
nostra iniziamo a pregarlo con più intensità, con maggior fiducia.
Un’apposita commissione da me istituita ci accompagnerà in questo tempo verso
la beatificazione.
Tutti di cuore benedico nel Signore Gesù.
 
  ✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla



                                                           

28 marzo, 2013

Comunicato stampa per il riconoscimento del martirio di Rolando Rivi

 Comunicato stampa per il riconoscimento del martirio di Rolando Rivi

Reggio Emila, 28 marzo 2013

Il vescovo Massimo Camisasca ha appreso con gioia la notizia che il Santo Padre 

Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto per il martirio di Rolando Rivi, 

seminarista nella nostra casa di formazione a Marola dal 1942 fino alla morte, quando 

è stato ucciso in odio alla fede.

“Possa la nostra Chiesa in questo Anno della fede ritrovare, anche per l’intercessione dei suoi santi e dei suoi martiri, la gioia e la baldanza della propria fede. Sappia 

comunicarla con passione agli uomini e alle donne che non conoscono Cristo. Sappia 

essere sempre strumento di riconciliazione con Dio e fra gli uomini.

Chiediamo a Rolando Rivi, presto beato, di ottenere la grazia di tante vocazioni per la nostra Chiesa”.


✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla




18 dicembre, 2012

Domenica 16 dicembre mons. Camisasca ha fatto il suo ingresso in Diocesi

Domenica 16 dicembre mons. Camisasca ha fatto il suo ingresso in Diocesi: 
 

‎Orémus pro antístite nostro Máximo. ‎
‎Stet et pascat in fortitúdine tua, Dómine, ‎
‎in sublimitáte nóminis tui.‎
‎ ‎

‎Preghiamo per il nostro vescovo Massimo. ‎
‎Viva e governi con la tua fortezza, o Signore, ‎
‎e per la grandezza del tuo nome. ‎




16 dicembre, 2012

Ingresso in Diocesi di mons. Massimo Camisasca


Domenica 16 dicembre 2012, monsignor Massimo Camisasca ha fatto il suo ingresso in Diocesi come Vescovo di Reggio Emilia - Guastalla



01 ottobre, 2012

Sabato 29 settembre 2012, il Santo Padre ha nominato Vescovo della Diocesi di Reggio Emilia - Guastalla il Rev.do Mons. Massimo Camisasca, F.S.C.B., Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.

 Sabato 29 settembre 2012, il Santo Padre ha nominato Vescovo della Diocesi di Reggio Emilia - Guastalla il Rev.do Mons. Massimo Camisasca, F.S.C.B., Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.


Orémus pro antístite nostro Máximo.

Stet et pascat in fortitúdine tua, Dómine,

in sublimitáte nóminis tui.



Preghiamo per il nostro vescovo Massimo.

Viva e governi con la tua fortezza, o Signore,

e per la grandezza del tuo nome.

Lettera di saluto del Vescovo eletto

  • Testo del telegramma inviato al nuovo Vescovo da parte dei Gruppi stabili per l'applicazione del Summorum Pontificum della Diocesi di Reggio: 
I GRUPPI STABILI REGGIANI PER LA CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA IN FORMA STRORDINARIA SI CONGRATULANO PER LA NOMINA E ASSICURANO LE LORO PREGHIERE.GRUPPO STABILE CUORE IMMACOLATO DI MARIA - REGGIO EMILIA
GRUPPO STABILE ROLANDO RIVI - CORREGGIO
  • Lo stemma episcopale di mons. Camisasca: Una quercia e una stella. Sono gli elementi scelti da mons. Massimo Camisasca per per il proprio stemma episcople. Quanto al motto il vescovo eletto si è ispirato a un versetto del profeta Isaia (Is 32, 17). In una intervista esclusiva al settimanale "La Libertà" (pubblicata sul numero del 20 ottobre) mons. Camisasca spiega con queste parole le scelte fatte: 
  • "Lo stemma riprende quello della Fraternità san Carlo. Al centro sta un albero. Una quercia. Di essa parlano il salmo primo e il profeta Geremia: benedetto l’uomo che confida nel Signore. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici. La stella indica Cristo, luce dei popoli. Così come lo ha chiamato il Concilio Vaticano II, riprendendo Isaia. La stella è anche Maria, che noi preghiamo spesso con l’Ave maris stella. Il motto è un’espressione del profeta Isaia – Opus iustitiae pax, frutto della giustizia sarà la pace (Is 32,17) – che ho scelto per molte ragioni. La prima, perché mi sembra riassuntiva di tutto quanto l’Antico e il Nuovo Testamento. La storia di Israele è una ricerca della giustizia, una sete di essa. Sete di quella giustizia che nasce dal rapporto vero con Dio, per l’uomo e per il mondo. Tale giustizia, da cui nasce la pace – cioè la comunione – è solo opera di Dio. A lui dobbiamo chiederla, da lui implorarla. Giustizia e pace sono anche e soprattutto due espressioni con cui il Nuovo Testamento, in particolare san Paolo, chiamano Cristo: Cristo, nostra giustizia (cfr. 1Cor 1,30; Fil 1,11; cfr. Rm 3, 21-26), Cristo, nostra pace (cfr. Ef 2,14). Giustizia e pace sono anche le attese più profonde del nostro tempo, le esperienze attraverso cui il mondo interpella Dio e Dio risponde agli uomini.


05 maggio, 2010

È morto l'avv. Vincenzo Livatino in Corbo

 Vincenzo Livatino Padre del giudice ucciso dalla mafia, era uno degli avvocati più noti dell'Agrigentino Era il padre di Rosario Livatino, assassinato in un agguato mafioso nel settembre del 1990. Vincenzo Livatino, dopo la morte del figlio, si è impegnato nel sociale partecipando a numerose iniziative sulla legalità. In questi ultimi anni, nonostante gli acciacchi, ha seguito la causa di beatificazione del figlio avviata dall'arcivescovo emerito di A g r i g e n t o C a r m e l o Ferraro. A Canicattì Vincenzo Livatino era conosciuto non soltanto per le sue battaglie in memoria del figlio, ma anche per quelle in tribunale. Per oltre quarant'anni è stato tra gli avvocati più rinomati dell'Agrigentino. Il giorno del suo funerale, celebrato nella chiesa di San Domenico a Canicattì, c'erano centinaia di persone a rendergli omaggio. La salma, come sua ultima volontà, è stata tumulata accanto a quella della moglie Rosalia Corbo e del figlio Rosario. Se n'è andato oggi, 5 maggio, a 93 anni.



03 aprile, 2009

Don Alberto Camellini

Don Alberto Camellini



Nuovo Ospedale Civile di Sassuolo 

Il giorno 3 aprile è mancato all'affetto dei suoi cari


Addolorati lo annunciano i nipoti e Carmen.
Il funerale avrà luogo Lunedi 6 Aprile alle ore 11,00 nella chiesa di S. Agostino dove verrà celebrata la S. Messa.
Indi, si proseguirà per il cimitero Monumentale.
Il giorno 5 Aprile alle ore 15,30 il feretro sarà trasferito nella chiesa di S. Agostino.
Si ringraziano anticipatamente quanti parteciperanno alla mesta cerimonia.

12 maggio, 2008

12 maggio 2008, moriva Irena Sendler

Il 12 maggio 2008, moriva Irena Sendler.

Irena Sendler, era una donna polacca che ha creato una rete di soccorritori in Polonia che ha contrabbandato circa 2,500 bambini ebrei fuori dal ghetto di Varsavia nella Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali nelle bare, è morta lunedì a Varsavia.
Signora. Sendler era a capo dell'ufficio bambini di Zegota, un'organizzazione sotterranea creata per salvare gli ebrei dopo che i nazisti invasero la Polonia il 1 settembre 1939. Subito dopo l'invasione, circa 450,000 ebrei, circa il 30 % della popolazione di Varsavia, erano stipati in una piccola parte della città e barricati dietro mura alte sette metri.
Il 19 aprile 1943 i nazisti iniziarono ciò che si aspettavano sarebbe stata una rapida liquidazione del ghetto. Ci hanno messo più di un mese a sedare la rivolta del ghetto di Varsavia. A quel punto, solo circa 55,000 ebrei erano ancora vivi; la maggior parte dei quali erano stati mandati nei campi di morte.
Anche a quel punto, però, la signora Il gruppo di Sendler di circa 30 volontari, per lo più donne, era riuscito a far scivolare in sicurezza centinaia di neonati, bambini piccoli e adolescenti.
′′ Lei è stata l'ispirazione e il primo traslocatore di tutta la rete che ha salvato quei 2,500 bambini ebrei," Debárah Dwork, ha detto lunedì la professoressa di storia dell'olocausto alla Clark University in Massachusetts. Il professor Dwork, autore di ′′ Bambini con una stella ′′ (Yale University Press, 1991), ha detto che circa 400 bambini erano stati direttamente contrabbandati dalla signora. Sendler.
Elzbieta Ficowska, bambina nel 1942, era una di queste. ′′ Signora Sendler ha salvato non solo noi, ma anche i nostri figli, nipoti e le generazioni che verranno," Ms. Ficowska ha detto alla Associated Press.
Ci sono stati diversi corpi con cui i bambini sono stati salvati. Signora. Sendler era un assistente sociale della città, con un lasciapassare che le permetteva di entrare nel ghetto. ′′ Gli ebrei erano tutti portatori di malattie, per quanto riguarda i nazisti," ha detto il professor Dwork. ′′ Hanno messo cartelli di quarantena in tutto il ghetto." Dimentiche del pass governativo hanno permesso di entrare anche altri membri di Zegota nel ghetto. Sono entrati giorno dopo giorno per convincere i genitori ebrei a lasciare che salvano i bambini.
La via di fuga più comune, ha detto il professor Dwork, è stata attraverso i tribunali di diritto municipale di Varsavia, che hanno abuttato il ghetto.
′′ C ' erano corridoi sotterranei che avevano ingressi sul lato ghetto," ha detto. ′′ La polizia polacca è stata corrotta per consentire il traffico. Ai genitori è stato detto di vestire i bambini il più possibile, certamente senza indossare una stella."
Per un po ' i confini del ghetto si estendevano al cimitero ebraico. ′′ Alcuni bambini sono stati messi nelle bare, le loro bocche registrate, o sono stati sedati per non piangere," ha detto la signora. Stahl, della fondazione ebraica. ′′ Altri bambini sono stati contrabbandati in sacchi di patate."
A volte un carro ambulanza, con un autista accompagnato da un cane, portava i bambini attraverso i cancelli. ′′ I bambini erano sotto il pavimento," Signora Ha detto Stahl. ′′ Il cane che abbaia annegherebbe le grida di un bambino."
Una chiesa ha attraversato il confine con il ghetto. ′′ I bambini verrebbero portati in chiesa, andrebbero nel confessionale e usciranno con i documenti come un po ' cattolico," Ms. Ha detto Stahl. Sarebbero portati in una casa cristiana, in un convento o in un orfanotrofio.
In una lettera al Senato polacco dopo che il suo paese ha finalmente onorato i suoi sforzi, signora Sendler scrisse: ′′ Ogni bambino salvato con il mio aiuto e l'aiuto di tutti i meravigliosi messaggeri segreti, che oggi non vivono più, è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo alla gloria."
Nel 1965, signora Sendler divenne uno dei primi dei cosiddetti gentili gentili onorati dal memoriale dell'Olocausto Yad Vashem a Gerusalemme. I leader comunisti della Polonia non le hanno permesso di viaggiare in Israele; le è stato consegnato il premio nel 1983.
Irena Krzyzanowska nacque a Otwock, in quella che oggi è Polonia, a Feb. 15, 1910. Suo padre era un medico. Il suo matrimonio con Mieczyslaw Sendler è finito con il divorzio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il suo secondo marito, Stefan Zgrzembski, è morto prima di lei. È sopravvissuta da sua figlia, Janka, e da una nipote.
Signora. Una volta Sendler disse alla signora. Stahl che voleva scrivere un libro sul coraggio delle madri ebree.
′′ Lei ha detto," Signora Stahl ha ricordato: ′′ Eccomi qui, uno sconosciuto, chiedendo loro di mettere il loro bambino nelle mie cure. Mi chiedono se posso garantire la loro sicurezza. Devo rispondere no. A volte mi davano il loro bambino. Altri tempi direbbero di tornare. Sarei tornato qualche giorno dopo e la famiglia era già stata deportata. ′′ ′′






15 agosto, 2003

Benedizione irlandese

 Benedizione irlandese

Possa la fortuna essere tua
e possano le tue gioie non avere mai fine.
Possa la strada venirti incontro,
il vento essere sempre alle tue spalle
il sole riscaldarti il viso
e la pioggia cadere dolcemente sui tuoi campi
e fino a quando ci rincontreremo
possa Dio tenerti nel palmo della sua mano.

Possano le gocce di pioggia cadere dolcemente sulla tua fronte
i dolci venti rinfrescarti l’animo
il sole illuminare il tuo cuore
i pesi della giornata essere leggeri su di te
e possa Dio circondarti con il mantello del suo amore.

Ci sia sempre lavoro da fare per le tue mani
possa il tuo borsellino contenere sempre una o due monete
il sole risplendere sempre sul vetro della tua finestra
un arcobaleno seguire sempre ogni pioggia
la mano di un amico essere sempre vicino a te
possa Dio colmarti il cuore di gioia per rallegrarti.

Possa tu sempre avere…
un raggio di sole per riscaldarti
buona fortuna per deliziarti
un angelo protettore
così che niente ti possa far male
riso per rallegrarti
ed amici fedeli accanto a te
ed, ogni volta che pregherai,
possa il cielo ascoltarti.

Possa essere tua memoria sempre una benedizione per tutti noi.




21 giugno, 2003

È morta la Signora Corbo Rosalia in Livatino

È morta venerdì notte, dopo una lunga malattia, Rosalia Corbo, l'anziana madre del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del ' 90. Soffriva da tempo di insufficienza renale, per questo era in dialisi, aveva 78 anni Dopo l'assassinio del figlio, la donna era diventata uno dei simboli del movimento antimafia, i Livatino avevano incontrato anche il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Paolo II, che avevano lodato l'impegno civile della donna e dell'anziano marito, Vincenzo. Per una singolare coincidenza, la donna è morta poche ore dopo la trasmissione "Miracoli", di Rete 4, che proprio sabato sera aveva parlato a lungo della storia del magistrato e di un presunto miracolo che gli viene attribuito. Già da qualche anno, la curia di Agrigento ha iniziato l'istruttoria per avviare il processo di beatificazione del giudice assassinato dalla mafia. 




16 maggio, 2000

Mamma Rosalia Corbo, la radice campobellese del Beato Rosario Livatino

 Il 21 Settembre 1990 veniva barbaramente assassinato dalla mafia Rosario Livatino, il Giudice Rosario Angelo, per il suo alto senso del dovere e del ruolo che ricopriva quale funzionario dello Stato! Ho visto per la prima volta Rosario Livatino mentre ero in campagna con mio padre, a Serra Vicie’, contrada a pochi passi dal centro abitato di Campobello di Licata (AG), nel terreno di nostra proprietà. Lui, quasi giovinetto, accompagnava il padre Vincenzo, che aveva l’abitudine di tanto in tanto di ispezionare il fondo agricolo percorrendo a piedi il confine, la finalità, per constatarne l’integrità del bene della moglie! Avevamo il terreno a confinare anche se lo avevano dato a terraggio ad un certo Caizza; quel giorno si fermò una Fiat 1100 bianca (almeno così ricordo) nella parte carrabile della stradella in battuto e scesero entrambi, l’avvocato Livatino e il figlio Rosario, che forse fu coinvolto a prendere consapevolezza delle proprietà di famiglia. Ci salutarono educatamente procedendo nel loro intento. Appena allontanati, mio padre mi disse chi erano e qui le spiegazioni, integrate con le mie attuali conoscenze! L’avv. Vincenzo Livatino padre di Rosario aveva sposato Rosalia, figlia di Maria Bella di Campobello e del colonnello dott. Angelo Corbo oriundo di Canicattì, nel periodo Direttore del Banco di Credito Canicattinese di Campobello.  Marietta Bella, come veniva appellata, nonna del Giudice Rosario, era appartenente alla nota famiglia benestante locale dei Bella, figlia del Cav. Vincenzo Bella (1962-1955) podestà di Campobello (1927-1932) e di Sillitti Carmela, che aveva portato in dote cospicue proprietà terriere del nostro territorio, specie in contrada Serravincenzo, che per la loro estensione furono attraversate negli anni ’70 del Novecento dalla variante esterna della SS.123. Abitavano in Via Dante n. 7, vicino la Chiesa Madre, con l’appartamento prospiciente sulla Via Umberto e sotto quella casa c’era una specie di stanza, che era più una grotta che una stanza e lì vi abitava la “sciampuliddra”, per gentile concessione della signora Bella che in grazia di questa locazione Le faceva da governante (nota del sig. Renato Cammarata). Sembra che il Colonnello Corbo nella sua qualità di Direttore di Banca abitasse anche nello stesso piano dell’istituto di credito, accanto alla Tabaccheria di don Angelo Gallo, ereditata dal nipote Angelo Capizzi, recentemente scomparso, attività poi trasferita nei pressi del Comune, dov’è tuttora. Ciò, fino alla richiamata alle armi del dott. Angelo. Difatti, da una nota del 23 Febbraio 1940 (XVIII) di P. Di Prima, Direttore della Società Banco Di Credito Canicattinese, con sede a Canicattì, indirizzata alla filiale di Campobello e al sig. Sebastiano Bella, azionista della Società, si evince l’invito alla sostituzione temporanea per la chiamata alle armi del dott. Corbo con il cassiere dell’istituto avv. Giovanni Ciotta (1909-1969).

Dunque, la figlia Rosalia Corbo madre del Giudice Rosario, come da atto di battesimo n. 24  del 1926 presso l’Archivio della parrocchia San Giovanni Battista di Campobello, nacque a Campobello di Licata il 16 Maggio 1925 e fu battezzata in chiesa dal sacerdote Salvatore Lo Vasco giorno 23 Marzo 1926, essendo padrino il nonno don Vincenzo Bella (1862 -1955) figlio di Stefano (1829-1907) e Sillitti Maria, quest’ultimo figlio di don Giuseppe Bella (1795-1831) e La Lomia Rosaria (1808-1848) andata in sposa a soli 13 anni il 16 Febbraio 1822 (da una nota del compianto Ugo Bella). Ritornando, dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza di Rosalia non sappiamo quasi nulla ma benissimo possiamo immaginare l’ambiente agiato della sua famiglia d’origine, l’istruzione collegiale e la formazione sotto sani principi morali e cristiani che connoteranno tutta la sua vita e che trasferirà nell’educazione al figlio Rosario. Contrasse matrimonio all’età di 25 anni, il 13 Ottobre 1951, appunto con Livatino dott. Vincenzo dell’avv. Rosario che fu sindaco di Canicattì (1920-1922) e il rito nuziale fu celebrato nella casa del Sig. Palumbo Pietro, Via Palestro n. 4, a Canicattì, alle ore 9,30; l’anno successivo il 3 Ottobre 1952 la signora diede alla luce il nostro nuovo Beato Rosario Angelo al quale com’è evidente gli furono imposti i nomi dei nonni, paterno e materno, il battesimo fu celebrato il 7 Dicembre successivo nella Chiesa Madre di Canicattì dall’arciprete mons. Vincenzo Restivo, mentre padrini furono la zia Alfonsa Livatino sorella del papà di Rosario e Angelo Corbo, papà di Rosalia.  Il bambino crebbe alla luce degli insegnamenti familiari dove la formazione cristiana ebbe un ruolo importante specie dalla figura materna che, come da molteplici testimonianze e di vivi ricordi, spesso andava a trovare mamma Marietta con il figlio Rosario, arrivava da Canicattì col pullman facente capolinea davanti il sagrato della Matrice a due passi dall’abitazione degli anziani genitori che per una forma di schizofrenia della madre erano costretti a convivere in stanze e appartamenti separati, ciò per la fobia ripetuta della donna di sequestrare il marito, forse dovuta a gelosia, da ciò il detto locale “ncucciasti  Cuorbu!”, riferito alla riuscita dell’intento. Ma nonostante tutto l’anziana e aristocratica signora era affabile e manteneva rapporti di buon vicinato. Per la profonda devozione campobellese verso la Madonna dell’Aiuto non è artificioso immaginare il sostare di Rosalia all’altare della Vergine, appena il tempo di una preghiera, specie nel giorno di solennità, magari tenendo per mano il figlio Rosario e soffermandosi a scambiare due parole con l’anziano arciprete Cascio Bosco o qualche amica e conoscente. Spesso Rosario, inventandosi mille modi ludici, rimaneva a giocare da solo nella piazzetta della Vasca, allora piazza Ciano ed ora Aldo Moro, anche se frequentata da molti bambini suoi coetanei. Ed ancora, molti ricordano la sua figura adulta e smilza, impeccabile nell’abbigliamento, ma profondamente addolorata e composta alle esequie della nonna Marietta, mentre in silenzio procedeva il corteo funebre. Questo, il mio modesto contributo alla riscoperta delle radici di Rosario Angelo Livatino, Beato della Chiesa Cattolica, che in parte è figlio della comunità campobellese. Il resto della vita di mamma Rosalia, come affettuosamente viene ricordata, la conosciamo, specie per l’atroce dolore sopportato con quanta dignità per la morte del figlio unigenito, forse mitigato dall’incontro del Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento che nel 1993 gli aveva preannunciato le virtù eroiche e cristiane di Rosario con l’avvio del processo canonico, oggi concluso positivamente, perciò accolto con entusiasmo dalla Chiesa universale e con grande gioia da quella agrigentina che esulta, non a caso nella ricorrenza dell’anatema contro la mafia lanciato dal Pontefice Wojtyla a Piano San Gregorio. Ringrazio Piera Accascio per avermi sollecitato questo contributo che sarà accolto nelle pagine del Bollettino Voce Nostra dell’Unità Pastorale Parrocchiale “Maria Madre della Chiesa” di Campobello di Licata, dove sono state effettuate le ricerche d’archivio coadiuvato dall’amica Piera.