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04 settembre, 2016

Omelia nella santa Messa per la collocazione di una reliquia di Rolando Rivi nella Chiesa di Marola

 Omelia nella santa Messa per la collocazione di una reliquia di Rolando Rivi nella Chiesa di Marola

Marola
04-09-2016


Carissimi fratelli e sorelle,

siamo riuniti per riconsegnare solennemente a questo luogo un segno del passaggio del beato Rolando che qui ha vissuto i suoi anni di seminario.

I luoghi e le cose che hanno fatto parte della vita di una persona ci rivelano la concretezza storica della sua esistenza, sono il primo baluardo contro ogni oleografia, mitizzazione o idealizzazione che spesso, dietro il pretesto di onorare una persona, la allontanano da noi e dalla realtà concreta nella quale tutti viviamo.

 

Le reliquie di un santo, in particolare, non rappresentano solo il segno visibile della sua vita terrena, ma anche una strada di conoscenza e di accesso alla luce della sua testimonianza. Attraverso le reliquie viene in un certo senso custodita e trasmessa alle generazioni future un po’ della santità di colui a cui sono appartenute. Come è possibile questo?

 

Non possiamo comprendere il significato profondo delle reliquie, che tanta parte hanno avuto e hanno nella Chiesa Cattolica e nella fede del popolo cristiano, se non entriamo nella realtà dell’Incarnazione.

Perché, infatti, si venera il frammento di un corpo o di un vestito che ha ricoperto quel corpo? Perché si crede che l’uomo o la donna ai quali appartenevano siano stati abitati in modo particolare da Dio e siano oggi, perciò, per coloro che li accostano con fede e cuore aperto, tramite di grazia. Senza entrare in questa materialità sacramentale del cristianesimo non si può comprendere la venerazione delle reliquie ed essa finisce per essere confusa con riti pagani, magici, espressione di una religiosità superstiziosa e ignorante. Laddove viene meno l’idea e l’esperienza del sacramento, si toglie ogni fondamento alla possibilità che la santità trasfiguri la nostra vita nel tempo presente. Veneriamo il corpo dei santi perché essi per noi sono come dei sacramenti di Cristo, non nel senso stretto dei sette sacramenti, ma nel senso lato per cui tutto ciò che è stato trasformato interiormente da Dio, ha una forza particolare di comunicazione del divino.

 

I corpi dei santi – cioè di tutti i battezzati, che rispettiamo e seppelliamo con onore – sono stati incorporati a Cristo mediante il battesimo e si sono nutriti del suo Corpo eucaristico. La loro vita e i loro corpi, soprattutto quando – come nel caso di Rolando – sono stati consumati per Cristo, sono una testimonianza vivente della Sua presenza vittoriosa, che un giorno si manifesterà nella resurrezione dei corpi. Questa è la ragione profonda per cui la Chiesa, nella sua lunga Tradizione, ha preferito la sepoltura dei corpi alla loro cremazione. Ancor oggi, benché non si opponga alla cremazione, vuole che le ceneri siano onorate e non disperse.

 

La reliquia, se guardata in profondità, rivela un nesso profondo tra il battesimo, l’eucarestia e il martirio. Come il battesimo e l’eucarestia, attraverso dei segni materiali, l’acqua, l’olio, il pane e il vino, comunicano la vita di Dio, per analogia il corpo del santo che da essi è stato trasformato è una realtà santa, comunicatrice di grazia.

 

Nel martirio di Rolando vediamo risplendere il compimento di un cammino iniziato nel battesimo e continuato nella comunione eucaristica.

Il martirio, fin dalle origini, è stato ritenuto dalla Chiesa come un secondo battesimo, come una partecipazione straordinaria alla passione redentrice di Gesù, concessa da Dio ad alcuni suoi figli prediletti.

Tutti, ognuno nella forma che Dio stabilisce, siamo chiamati a partecipare alla passione di Cristo, ma il martire vi partecipa in modo fisico, vive una sponsalità particolare che fa del suo corpo una realtà carnale unita in modo speciale all’umanità risorta di Cristo. Per questo è fonte di una grazia potente per coloro che lo accostano con fede.

 

Quest’ultima considerazione è molto importante: occorre accostare con fede le reliquie. A seconda di come le si accosta, esse possono risultare insignificanti o fonte di un profondo cambiamento di vita. La reliquia non agisce di sua iniziativa, ma sollecita la fede di chi la accosta. Senza fede non c’è operazione di Dio. Certamente è Dio stesso che suscita la fede, ma contestualmente è la disponibilità del nostro cuore a farla fiorire.

 

Il primo scopo di una reliquia, quindi, è di suscitare la preghiera. È questo il miracolo più grande che possiamo chiedere. È questo il primo desiderio che esprimo davanti alla reliquia di Rolando che oggi collochiamo in questa chiesa. Ancor prima delle grazie particolari che qui verremo a chiedere per intercessione del nostro beato – grazie che dipenderanno dal disegno misterioso di Dio che solo conosce qual è il nostro bene – il miracolo che oggi chiediamo per tutti noi sono la fede, la speranza e la carità, la rinascita del nostro dialogo con Dio, uno sguardo capace di vedere, oltre la “banalità del male”, per usare un’espressione di Hannah Arendt, la presenza del bene destinato a trionfare su tutte le apparenti brutture e fatiche della nostra vita presente.

 

Amen

✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla




16 aprile, 2016

Omelia per l’anniversario del martirio del beato Rolando Rivi – IV domenica di Pasqua (anno C)

Omelia per l’anniversario del martirio del beato Rolando Rivi – IV domenica di Pasqua (anno C)

Pieve di San Valentino
16-04-2016


Carissimi fratelli e sorelle,

siamo qui per commemorare assieme a voi il nostro Rolando, nel 71° anniversario del suo martirio. Ho desiderato essere presente in quest’occasione poiché il prossimo 29 maggio, data in cui ricorre la sua memoria liturgica, sarò a Roma per un impegno che mi ha chiesto la Santa Sede.

 

Le letture che sono state proclamate in questa IV domenica di Pasqua sembrano proprio scelte per aiutarci a entrare nel mistero della vita di Rolando. In particolare la seconda lettura, tratta dall’Apocalisse di san Giovanni, ci presenta la schiera dei martiri, di coloro che sono passati dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello (Ap 7,14). L’apostolo ci parla di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani (Ap 7,9).

 

L’immagine di questi uomini che hanno reso candida la loro veste lavandola nel sangue di Cristo ci potrebbe far chiedere, come fa lo scrittore greco Ecumenio nel suo Commento all’Apocalisse: «Sarebbe stato logico che le vesti lavate nel sangue diventassero rosse piuttosto che bianche; come dunque sono diventate bianche?» (Ecumenio, Commento all’Apocalisse 5, 3). Evidentemente dietro questa immagine si nasconde un significato simbolico nel quale desidero addentrarmi questa sera assieme a voi.

Paolo e Barnaba, nella prima lettura che abbiamo ascoltato, ci aiutano a comprendere il significato di queste parole quando, citando il profeta Isaia, annunciano ai Giudei di Antiochia: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra (At 13,47; cfr. Is 49,6). Il biancore delle vesti dei martiri è la luce che proviene dalla croce di Cristo dalla quale sgorga un fiume di salvezza che, attraverso i suoi testimoni, raggiunge ogni angolo della terra.

Io sono la luce del mondo (Gv 8,12; 9,5), ha detto Gesù, Io sono la salvezza. Eppure lo stesso Signore ha detto ai suoi discepoli: voi siete la luce del mondo (Mt 5,14), la mia luce splende davanti agli uomini attraverso di voi, nella misura in cui vi lasciate abitare dalla mia luce.

 

Non solo, quindi, coloro che, come il nostro Rolando, sono chiamati dal Signore a rendere la suprema testimonianza del sangue, fanno parte dell’immensa moltitudine attorno al trono dell’Agnello descritta da san Giovanni nell’Apocalisse. Ogni discepolo di Cristo, ognuno di noi, è parte di questa schiera festante. Il sacramento del battesimo ci ha introdotti in essa. Nel battesimo, infatti, ognuno di noi ha lavato le sue vesti nel sangue dell’Agnello, ed ognuno di noi è emerso da quelle acque con una veste candida, segno della nuova vita che Gesù, attraverso la sua morte e resurrezione, ci ha donato. Una vita per la quale ogni cristiano può affermare con san Paolo: Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). «Il vestito dell’anima, infatti, – scrive Tertulliano – è la carne. Le sue sozzure sono lavate dal battesimo, le sue macchie sono rese candide dal martirio» (Tertulliano, Scorpiace 12,10).

 

L’unico vero martirio è quello di Cristo, egli è il testimone verace (cfr. Ap 3,14). Ogni nostro martirio, ogni nostra testimonianza è relativa a lui, trae della sua passione e resurrezione la sua luce, la sua possibilità e la sua fecondità. Per questo il battesimo rappresenta l’atto supremo della nostra partecipazione alla sua vita: nel battesimo è evidente che non siamo noi a meritare la salvezza, a procurarci, con i nostri meriti, una veste di luce, ma è la sua grazia che ci rende un solo corpo con Gesù perché nessuno, come abbiamo ascoltato nel vangelo, possa mai strapparci dalla sua mano (cfr. Gv 10,28). Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30), continua Gesù. In questa unità anche noi siamo introdotti attraverso il battesimo.

 

Cari amici,

ringraziamo il Signore per il grande dono che ci ha fatto e chiediamogli, per l’intercessione del beato Rolando, di essere sempre più uniti a lui per poter godere della sua luce e di trasmetterla a tutti gli uomini e le donne della nostra terra.

 

Amen.

✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla