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Don Alberto Camellini, secondo parroco di Rolando Rivi

Don Alberto Camellini, parroco di Rolando Rivi

 

Io sono Don Alberto Camellini. Ringrazio il buon Dio che mi ha fatto arrivare al 2007 dopo tanti anni che sono al mondo. Ringrazio il buon Dio che mi concede ancora di camminare malamente e di parlare con un po’ di confusione. Chiedo perdono a voi, perché portate pazienza ad ascoltarmi. Non avrei mai pensato - in questo momento sentivo vicino a me il papà di Rolando - non avrei mai pensato che dopo tanti anni sarei venuto a Bologna a parlare di Rolando Rivi.

Badate, io sono diventato sacerdote nel luglio del 1944. Alla fine di ottobre ero destinato, curato vicario sostituto, allora, a San Valentino di Castellarano.  Quindi, i miei primi 8 mesi di sacerdozio li ho passato con Rolando Rivi, e lui ha passato gli ultimi 8 mesi della sua vita insieme a me. L’ho trovato a San Valentino con altri ragazzi. Ed io ero là perché l’arciprete di San Valentino era dovuto fuggire in seguito ad angherie che avevano commesso i partigiani. Lo avevano costretto a fuggire e a ritirarsi in una parrocchia nascosto. Io sono stato pregato di sostituirlo. Ho trovato Rolando là con altri 3 o 4 seminaristi della parrocchia. Mentre tutti si erano levati l’abito talare -  perché i genitori non volevano che lo portassero perché poteva essere pericoloso - lui, Rolando Rivi, assolutamente non se l’è mai voluto levare il suo abito. Badate che eravamo in una zona, tanto per dire, che era frequentata da fascisti (che erano a Sassuolo), da tedeschi (che erano a Sant’Antonino, lì vicino),  e da partigiani, che erano un po’ alloggiati tutti intorno in qualche casa.  Quindi, secondo le varie notti, avevamo visita degli uni e degli altri.

Quante bugie ho detto e abbiamo detto in quei tempi! Quante bugie! Venivano gli uni, chiedevano:  “ci sono partigiani?”  “Mai visto un partigiano!” rispondevamo noi (e magari avevano mangiato il giorno prima nella stessa casa). Arrivavano i tedeschi a vedere se ce n’erano. “Qui non ce n’è assolutamente.” Ricordo sempre una volta, sono arrivati i tedeschi subito dopo mezzogiorno. I partigiani avevano pranzato in canonica, perché quando venivano, volenti o nolenti, bisognava alloggiarli e darci da mangiare. Avevano appena finito di mangiare, erano appena partiti e saranno stati lontano 200 metri, a dir molto, dalla casa canonica, quando sono arrivati i tedeschi a chiedere se c’erano dei partigiani. “Mai visti! Non li abbiamo mai visti, qua non ce ne sono! Sono più in sù, son più in alto di noi”. E allora hanno attaccato un avviso alla porta della canonica dicendo che chi alloggia i partigiani è passibile di morte. Mi auguravo, pregavo il buon Dio che non seguissero la strada che li avrebbe fatti incontrare. E in effetti, han voltato, son tornati indietro. Ringraziamo il Signore.

Dunque, io mi trovavo con Rolando Rivi. Lo vedevo tutte le mattine a servir nella messa. Era appassionato soprattutto dei canti liturgici ed aveva una passione particolare per  suonare l’armonium. Tanto è vero che, se non erro, l’8 aprile, quando io l’ho portato al Campo Santo, era la Domenica in Albis, il che vuol dire che il primo di Aprile di quell’anno era Pasqua. Il giorno di Pasqua aveva suonato l’armonium, era molto bravo, pur essendo così giovane, e aveva accompagnato i cantori della parrocchia, tra cui primeggiava suo padre (povero Roberto!). Aveva accompagnato la messa  con molta gioia di tutti quanti i parrocchiani. Lo vedevo tutte le mattine alla Santa Messa, tutti i pomeriggi a venire a dire il Rosario, a fare la visita al Santissimo. Gli ho dato anche qualche lezione di ripetizione di latino e di matematica. Ebbene, vi dirò che si interessava dei partigiani, era un carattere molto fantasioso, amava le avventure, diceva che non voleva fermarsi a diventare sacerdote ma che voleva essere missionario. La sua vocazione era essere missionario.

Bene, il giorno 10 aprile 1945 non lo troviamo più. Era andato a casa, dopo la messa, non si trovava più. Nel boschetto dove andava sempre a studiare si è trovato un bigliettino in cui c’era scritto: “è venuto con noi un momento, non cercatelo. I partigiani” Da quel momento il padre si è messo in cerca. Venuta la sera, “arriverà a casa”. Ma venuta la sera, non è arrivato. L’abbiamo cercato dappertutto, in tutti i posti possibili e immaginabili, fintanto che, con disperazione, fintanto che venerdì sera abbiamo avuto la prima notizia che il ragazzo era stato ucciso alle Pian di Monchio. Il sabato mattina, io, curato, giovane allora, con le gambe più buone di adesso, son partito col papà per andare alla ricerca di questo bambino. La prima cosa, ho pensato di andarlo a trovare a Farneta di Modena, dove c’era un distaccamento partigiano e dove c’era anche il tribunale partigiano, dove purtroppo, qualche volta, qualcheduno era condannato a morte. Mi diceva una donna di Farneta che quando vedeva che qualcuno usciva dal tribunale dei partigiani, accompagnato da due partigiani, immaginava subito che fosse stato condannato a morte. E allora chiamava le bambine in casa e metteva la radio al più alto volume possibile perché non sentissero le fucilate, perché generalmente venivani fucilati davanti al cimitero di Farneta. Son partito piano piano, attraverso difficoltà, per un ponte, si andava giù con una scala, poi si passava con la bicicletta sulle spalle, si saliva ancora. Ecco, dopo questo viaggio sono passato da  Ceretolo. Voi non siete pratici, sono località che in quel tempo erano piene di partigiani, e di due colori, perché c’erano quelli da una parte e quelli da un’altra ma, naturalmente, con la proporzione che abbiamo in Emilia, erano uno a tre, circa, grosso modo, anche allora. Così, a Farneta, sento dal tribunale se per caso hanno condannato o portato lì questo ragazzo. Niente! Passiamo in una località vicina, a Gussola,  dove c’era il comando delle fiamme verdi, comandato dall’On.le Gorrieri, che voi certamente avete sentito nominare. Deve essere morto l’anno scorso o due anni fa. L’avevo anche conosciuto perché era venuto nella parrocchia a cercare dei partigiani sbandati. Lì chiedo di questo ragazzo. Mi dicono che loro non sanno niente, ma hanno sentito che forse alle Pian di Monchio. Mi dicono: “E’ qui, per combinazione, il comandante del distaccamento delle Pian di Monchio”. Vado fuori nel cortile e vedo questo ragazzo su di un cavallo bianco,  mostrava di avere 15 o 16 anni, poco più, orgoglioso di questo ordine che aveva. 

Domando: “Allora, avete sentito parlare di un ragazzo così e così?”.

Mi risponde: “Sì, l’abbiamo ucciso ieri sera, perché era una spia, perché aveva fatto questo, quest’altro” “Mah!”, dico io, “è una cosa che mi sorprende. Ad ogni modo, adesso lo vado a cercare”

E’  stata una grazia di Dio, il primo miracolo, l’aver incontrato, per caso, questo partigiano. Di lì, sono partito a piedi col papà, sempre con la bicicletta a mano. Siamo andati a Monchio. Monchio è stata bruciata, 130 civili uccisi, mi pare, in seguito a un rastrellamento di partigiani. Non vi dico la desolazione di questo paese. Case bruciate. Mi è rimasta impressa, e lo dico sempre, una cosa: in una cantina, le bottiglie fuse, come se fossero state, non so, di pasta. Non so che bombe avessero usato. La canonica, bruciata anche la canonica di Monchio.

Ma il parroco ci accoglie volentieri e ci indica dove sono le piane, dove era il distaccamento dei partigiani, alla periferia della parrocchia di Monchio. E là, col papà sempre, andiamo avanti con la ricerca di questo bambino. Arriviamo là. Vedo i partigiani seduti su di un tronco vicino alla casa. Quando han visto me arrivare con questo vestito, perché ero messo così, si scambiano delle parole tra di loro, meravigliati. Io dico: “ma chi è il comandante qua?”

Il comandante non c’è, ma le mandiamo il commissario politico.”

Mah!, mi domandavo che cosa c’entra il commissario politico in una formazione partigiana! Forse è stato un ex-ufficiale dell’esercito…Basta dire questo: lo scopo del combattimento e la finalità che avevano. Si presenta questo tizio e domando,  lui fa un pochino lo gnorri.

- “No!”, dico, “sono sicuro che l’avete ucciso qui. Me l’ha detto il vostro comandante!”

- “Ah,” dice, “se l’ha detto il comandante, allora le confermo anch’io: l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo (queste le sue parole) perché era una spia:  ha condotto i tedeschi su di qua due volte, perché ha rubato delle armi, perché ha fatto questo….

Dico:  “guardi, per me i casi son due: o che è diventato matto per dire queste cose, o che era un super genio, perché è riuscito a fare queste cose senza darlo a vedere, io che lo vedevo tutti i giorni! Ma come poteva averle fatte?”

Ad ogni modo,  l’ho sepolto nel bosco.”

E allora era tardi, era sera. Ci han fatto lasciar la bicicletta lì da loro per un sentiero nel bosco.

Col papà in braccio, dicevamo il rosario. Vi assicuro che ogni tanto guardavamo se arrivava qualche “caramella” anche a noi, alla schiena. Siamo riusciti ad arrivare alla chiesa, dove abbiamo dormito per terra, perché era tutta quanto bruciacchiata. In fretta, ho cercato quattro assi, perché non si trovava niente - il paese era bruciacchiato - quattro assi per fare una cassa, una bara. Poi, al mattino presto, ho pregato il parroco di trovare quattro portatori che verso le 10 venissero a prelevare la salma e sono andato là.

Finalmente ci hanno indicato dove era il boschetto dove era sepolto. Non era coperto da foglie di quercia. Voi sapete che in primavera la quercia butta via le foglie. Non si conosceva niente, tutto un bel manto di quercia, però sterzando quelle foglie ho visto subito la terra. Ho pregato il papà di portarsi appena un po’ lontano perché potessi lavorare, perché, poveretto, avrebbe pianto disperato, non sapevo cosa fare. E’ andato lì  nel bosco mentre io mi son fatto portare una pala, e ho cominciato a scavare, aiutato da un partigiano col quale ho avuto qualche colloquio mentre scavavo. Ho  tirato fuori questo bambino, con le mie mani, ho visto subito che era lui. Aveva una  pallottola entrata qui alla tempia e una qui. Si vedeva molto bene. La veste non ce l’aveva ma un abito borghese stracciato, per cui non so come sia stato.. E così l’ho disteso a fianco della buca e dopo ho chiamato il papà. Già il comandante che l’ha ucciso mi aveva detto, a una mia domanda   “l’avete fatto soffrire? prima avete torturato questo ragazzo?” - “No, no, guardi, con questa qui non si soffre molto, sa”, indicandomi la rivoltella che aveva. Allora, ho chiamato il papà, l’ho mandato a prendere un mezzo catino d’acqua (mi ricordo la bacinella, che era una bacinella di quelle che davano con la marmellata, di legno). Ho tirato fuori il mio fazzoletto. L’ho lavato in faccia, come ho potuto, poi ho mandato a prendere il papà. Potete immaginarvi la scena del papà di Rolando quando l’ha visto. Si è buttato lì a piangere. Cosa dovevamo fare? Abbiamo preso un telo, l’abbiamo messo nel telo, nella bara, poi legata la bara perché si potesse portare in mezzo a un sentiero nel bosco e l’abbiamo portato al cimitero. Lì ho celebrato la Santa Messa per lui e l’ho portato al campo santo. La mia disperazione, alla sera, ritornando a casa: quel papà, sempre piangere, sempre pregare, sempre piangere. E diceva: “ma cosa dico alla Bertina (sua moglie) quando arriverò a casa? Che cosa dirà?”. E dico: “cosa dirò io che son partito, che le ho detto che glielo avrei portato vivo o morto?! Non lo posso portare  né vivo né morto!” E così siamo arrivati a casa. In parole povere, subito dopo, la mamma ha perso un pochino il ben dell’intelletto e purtroppo, fino alla fine, è stata sconvolta da questo fatto. Il papà invece si è dato ancora di più a sperare nel buon Dio e basta. Questo era:  il 13 di aprile è stato ucciso, il 14 aprile l’ho portato al Campo Santo. Il 25 aprile del ’45, sapete, è finita la guerra.

Gli ultimi giorni della guerra, 10 giorni prima, finita la guerra,  si è cominciata la polemica per questo ragazzo. Nella zona del Secchia le parrocchie sono abbastanza buone, religiose. Qualche volta facevano questi comizi e si partecipava allora al comizio per fare un po’ di contraddittorio. Una delle ragioni che portavano: votate comunista, perché noi rispettiamo la religione. Allora noi di tasca tiravamo fuori la foto di Rolando, col padre. “Voi rispettate la religione? E questo bambino qui, chi l’ha ucciso?” Naturalmente questo ha portato un po’ di disagio, tanto è vero che la notte, dal 4 al 5 aprile, all’una dopo mezza notte, mi son sentito chiamare che andassi ad aprire la porta perché la polizia chiedeva a me informazioni. Io ho detto che le informazioni le do di giorno, non di notte. Mentre dicevo così, ho sentito, si vede che si erano preparati, nella fessurina della finestra aperta dove parlavo, hanno sparato parecchi colpi contro la mia finestra, ma Rolando, per me, ha fatto il secondo miracolo: mi ha salvato! Io non ho fatto niente di straordinario, il nostro dovere semplice e umile come si poteva fare allora. Grazie a Dio!

Voglio aggiungere solo che sono cominciati i processi. Il padre voleva assolutamente denunciare i colpevoli. L’ho pregato di aspettare, perché aveva degli altri bambini piccoli. C’era pericolo. Finalmente abbiamo fatto la denuncia e ho dovuto firmare la denuncia contro questi colpevoli. Notate che io non avevo abbandonato né il comandante né l’uccisore. Sapevo dov’erano, nome e cognome, ero andato qualche volta nel paese dove abitavano, nascosto, travestito, per seguirli, e ad un bel momento la questura chiede al padre la denuncia e la firma anche del testimone, che ero poi io. Io ho firmato. Dico: “sono questi, son in tal posto, li ho seguiti, sono lì”. Difatti, soltanto tre giorni dopo mi son venuti a prendere quelli della questura di Modena e trovo il maresciallo che mi dice: “Ah, reverendo, guardi!, abbiamo qui due “amici” che hanno perduto la memoria. Vediamo di fargliela rintracciare”.  Mi son visto venire davanti incatenati tutti e due, con a fianco due poliziotti per uno. Non vi dico che sentimenti si provano in quel momento. Poco simpatici eh?

Bene, allora” (dice, facendogli vedere la foto), “dunque, questo ragazzo voi non lo avete mai visto?”. Loro stavano lì…. “E questo prete, non l’avete mai visto voi? Alzate quegli occhi, guardatelo bene!”.

Uno ha detto (era quello che mi aveva dato la mano, dichiarando che l’aveva ucciso lui) “mah, mi sembra di ravvisarlo”.

Il poliziotto, diventando cattivo, “Delinquenti! Assassini, che uccidete i bambini! Voi siete i liberatori della patria?  Voi siete gli affossatori, il disonore della patria!”  E stavano lì, tutti quieti.

 

Dopo, c’è stato il processo, perché mi interessa questo, molto. Il primo processo, a Lucca, per legittima suspicione contro i due. Sono stato là 3 o 4 giorni a testimoniare. Sono stati condannati tutti e due, nonostante tutti i falsi testimoni che venivano con una corriera da Modena tutte le mattine, viaggio e pranzo pagato.

 

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Ricordate che il bambino, prima di essere ucciso, si è inginocchiato sulla tomba, pregando  il commissario di salvarlo per un momento perché doveva pregare Iddio per la sua mamma, per il suo papà.

Vi leggo il salmo che leggevo allora e che leggo ancora tante volte:  La preghiera della persecuzione:

Signore, salvaci! Non c’è più un fedele;

 è  scomparsa la fedeltà tra i figli dell’uomo.

 Si dicono menzogne l’un l’altro,

labbra bugiarde parlano con doppio cuore.

Recida il Signore le labbra bugiarde,

la lingua che dice parole arroganti,

quanti dicono: “Per la nostra lingua siamo forti

 ci difendiamo con le nostre  labbra:

chi sarà nostro padrone?”

 

 Allora lo pregavo tanto, ed ancora prego Rolando, che porti un po’ di luce, un po’ di pace a tutti.





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