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25 luglio, 2015

COMMOSSO RICORDO DI SUOR MARTA RIVI

COMMOSSO RICORDO DI SUOR MARTA RIVI

ZIA DEL BEATO ROLANDO

Era Appartenente all’Istituto del ordine delle Dorotee di Montecchio



È con commozione carica di affetto che il Comitato Amici di Rolando Rivi ricorda Suor Marta Rivi, zia del Beato Rolando Rivi Martire, che il Signore ha chiamato al cielo oggi, sabato 25 luglio, all’età di quasi 95 anni. Suor Marta è stata protagonista, come testimone, al Processo Diocesano per la Causa di Beatificazione svoltosi a Modena nell’anno 2006.

Il suo ricordo del nipote martire era indissolubilmente legato a una lettera ricevuta da Rolando poco tempo dopo il suo ingresso nel Seminario di Marola, nell’autunno del 1942, in cui il ragazzo le raccontava della gioia provata nel vestire per la prima volta l’abito talare. Quella veste, segno della sua appartenenza al Signore, che Rolando non avrebbe più lasciato sino al martirio. 
Entrata a 18 anni nell’ordine delle Suore Dorotee, Suor Marta ricevette in convento la notizia di come Rolando fosse stato ucciso in odio alla sua fede cristiana. Il profondo dolore si trasformò in preghiera e nel desiderio di veder salire all’onore degli altari il giovane nipote che aveva donato la vita a Gesù. Questo desiderio ha trovato risposta nel 2013 quando Papa Francesco ha proclamato Rolando Beato perché Martire.

Di lei ricordiamo la gratitudine con cui ha sempre seguito tutti i passi della causa di Beatificazione e la sua fede semplice e certa che generava una letizia e un’operosità instancabile per il vero bene degli altri. 
Ora siamo certi che il Beato Rolando Rivi Martire l’ha accolta nella gloria del Cristo Risorto, dove è la gioia che non finisce.

La telefonata arriva, il nome è in memoria, suor Marta; intuisco subito, non stava bene e lei, di persona, non chiamava più. Suor Margherita mi dà la notizia con molta semplicità: “La Madonna ha chiamato suor Marta, lei l’ha presa: oggi è sabato e le campane suonavano l’Angelus”.
Sento le lacrime pungermi gli occhi ovviamente, ma rispondo: “Ora è insieme a Rolando”.
E il pensiero della zia che incontra il nipotino mi fa sorridere, così come credo abbia sorriso Gesù.
Chi era suor Marta? Una suora, sorella per tanti, educatrice per una vita intera, ma, per me, era la zia di Rolando. Così l’ho conosciuta e incontrata.
Aveva letto della vittoria del Concorso scolastico nazionale bandito dalla Cei in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale “Ancona 2011” con i nostri ragazzini delle 4 classi quinte della Primaria di Cadelbosco Sopra, vittoria ottenuta proprio presentando come testimone della fede Rolando, frutto della nostra terra e della nostra Chiesa reggiano-guastallese, visto da bambini come lui, raccogliendo il materiale prodotto (disegni, testi, intervista…) in un dvd che è poi diventato un sussidio per parrocchie e scuole.

Quella talare che i preti si vergognano d'indossare

 Se ne vedono di tutti i colori, e non soltanto ovviamente per quel che riguarda il decoro dell’abito… evidentemente con licenza del vescovo o del superiore dell’ordine religioso di appartenenza… se la disciplina non esiste più, le regole si possono eludere senza alcun problema.

Ognuno nella vita segue, o per lo meno cerca di farlo, la sua vocazione, fra le quali esiste (anche) il sacerdozio. Non è stata la mia. Nel caso lo fosse stata avrei cercato certamente di fare il mio dovere, esercitando il ministero non come un mestiere, una professione, bensì come una missione, cioè, in primis, di portare con orgoglio e di onorare la “divisa” del prete, che era e resta (non mi risulta sia stata abolita) la veste talare.

Mi sovviene che indossava quella “divisa” il mio concittadino don Giovanni Minzoni, medaglia d’argento al valor militare nella Grande Guerra, quando venne ucciso dai fascisti il 23 agosto 1923 ad Argenta, dove era parroco, e che ugualmente la indossavano il seminarista Rolando Rivi e don Umberto Pessina quando restarono vittime dell’odio dei partigiani comunisti nell’Emilia insanguinata della e dalla guerra civile.

Ancora, ricordo che quella tale veste talare non la smise mai don Primo Mazzolari. E quando incontrai don Piero Piazza, suo successore nella parrocchia di Bozzolo nei primi anni Novanta del secolo scorso, alla mia domanda-considerazione scherzosa: ma don Piero, non indossa il clergyman?; la risposta fu: questa veste talare me l’ha abbottonata don Primo sull’altare quando venni ordinato sacerdote e io non l’ho mai abbandonata…

Romanticherie clericali – potrà dire qualcuno ligio al detto che l’abito non fa il monaco, ma al quale si potrà sempre rispondere che se non fa il monaco, certamente potrebbe aiutare a farlo!!!…

Ora, queste figure di sacerdoti, ma potrei ovviamente indicarne altre, mi sono venute alla mente considerando l’anarchia esistente fra i preti, e non soltanto ovviamente per quel che riguarda quello che un tempo veniva definitivo il decoro dell’abito.

Se ne vedono di tutti i colori, evidentemente con licenza del vescovo o del superiore dell’ordine religioso di appartenenza, se così vanno le cose: se la disciplina non esiste più, le regole si possono eludere senza alcun problema.

Vestono come metalmeccanici (con tutto il rispetto per quei lavoratori, sia chiaro), o come fighetti borghesi (senza rispetto per i fighetti medesimi), spessissimo senza avere un segno distintivo che li qualifichi, e se c’è, comunque (una crocetta, meglio una TAU che va tanto di moda) poco visibile.

La sensazione diffusa è che si vergognino di indossare abiti da… prete.

L’ultima è di sere fa, vista in un telegiornale regionale – veneto. Un servizio su un carcere e due parole dette da un giovanotto che si è scoperto essere cappellano del carcere medesimo; visto dalla cintola in su (non si sa quindi se indossasse braghe corte o pantaloni lunghi): sgargiante maglietta alla moda, a strisce orizzontali bianche e rosse, su un lato una patacca, un ricamo, non si distingueva bene; di certo non era una croce!!! In compenso. Maggiore sobrietà nel vestire dimostravano i detenuti inquadrati…

Avanti così… Potranno atei, musulmani e altri di varia estrazione avere stima di una Chiesa cattolica in cui ministri già dal vestire dimostrano di volersi… mimetizzare e non apparire per quello che sono?

Meditate, preti, meditate. E voi vescovi che fate? Non vi muovete? A, già, dimenticavo che non volete noie. Anche in presenza di vostri preti che dal vestire alla liturgia ignorano quelle regole che pure il tanto citato Concilio Vaticano II non ha eliminato.

Giovanni Lugaresi






29 maggio, 2015

Omelia nella santa Messa per la solennità del beato Rolando Rivi

 Omelia nella santa Messa per la solennità del beato Rolando Rivi

- Pieve di San Valentino
29-05-2015

Cari fratelli e sorelle,
 
abbiamo la gioia di celebrare per la seconda volta la festa liturgica del beato Rolando Rivi.
La consapevolezza del dono che ci è stato fatto attraverso la vita e la testimonianza di Rolando è ancora molto acerba. Ogni dono di Dio, infatti, esige un cammino lungo per poter essere compreso in modo sempre più profondo e accolto in tutta la sua portata.
 
Cosa vuol dire Dio alla nostra Chiesa e alla Chiesa universale indicando in Rolando un punto luminoso a cui guardare?
 
Rispondere a questa domanda è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci, un compito che ci impegnerà per molti anni. Nel Vangelo che è stato proclamato troviamo già alcune strade per iniziare a rispondere a questa domanda.
 
1. Dio chiama ogni cristiano ad essere testimone della Resurrezione. Il martirio è una testimonianza della Resurrezione.
Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12, 24). Qual è questo frutto di cui parla Gesù? Ce lo dice lui stesso: il Padre mio lo onorerà (Gv 12, 26). Lo renderà partecipe della mia Resurrezione e lo renderà testimone di essa nei secoli.
 
Dio è presente e mostra continuamente, sotto i nostri occhi, la Resurrezione del Figlio. Molto spesso, come nel caso di Rolando, lo fa servendosi di strumenti umili, piccoli, deboli. Il primo insegnamento che possiamo cogliere dalla vicenda del nostro seminarista martire è proprio l’ordinarietà dell’azione di Dio nella nostra vita. Egli si nasconde dentro le pieghe quotidiane delle nostre giornate e ci chiede di guardare a ciò che Lui fa in noi e attorno a noi.
 
2. Ma per poterci accorgere dell’opera di Dio è necessaria la preghiera, l’apertura al dialogo con Lui. Abbiamo bisogno di uno sguardo profondo per vedere la luce e questo sguardo può donarcelo solo Dio. È questo il secondo insegnamento che ci viene da Rolando. Egli era un ragazzo di preghiera. Dentro tutte le occupazioni della sua giornata aveva sempre il cuore aperto a ciò che Dio gli suggeriva. La partecipazione alla Messa quotidiana, lo sguardo rivolto ai suoi genitori e al suo parroco, l’esperienza del servizio in parrocchia e dello studio in seminario, lo aiutavano a mantenere un rapporto stabile con Dio, che continuava anche durante i giochi, gli scherzi, le partite di pallone. Guardando la vita semplice di Rolando comprendiamo che per vivere in dialogo con Dio non occorrono grandi eventi o doni straordinari. Basta guardare e mettersi in gioco in quello che ci è dato chiedendo nella preghiera di poter essere suoi in tutto.
 
3. Se rimaniamo fedeli alla vocazione che il Signore ci dona – ed è l’ultimo aspetto che questa sera vorrei sottolineare guardando al nostro beato – il Signore opererà attraverso di noi, secondo strade e disegni che Lui solo conosce. La fedeltà di Rolando al cammino che aveva intrapreso non lo ha portato a diventare sacerdote come lui avrebbe desiderato, ma ha permesso al Signore di servirsi di lui per manifestare a tutti noi la vittoria della fede. E oggi la voce di Rolando si alza per raggiungere un numero infinito di uomini e di donne a cui difficilmente sarebbe potuta arrivare se, per poter diventare sacerdote, egli si fosse sottratto a ciò che Dio gli chiedeva. E in questo modo egli ci svela anche il senso più profondo del sacerdozio: l’immedesimazione con Gesù fino a donare la propria vita per lui e per la sua Chiesa.
Ciò che rende feconda la nostra vita non è, dunque, la realizzazione dei desideri, anche buoni e santi che abitano in noi – come quelli che abitavano il cuore di Rolando –, ma l’obbedienza lieta e quotidiana a ciò che Dio ci chiede.
 
Domandiamo che per l’intercessione del beato Rolando Rivi una nuova stagione della fede possa sorgere sulla nostra terra. A lui affidiamo ancora una volta le nostre persone, quelle dei nostri cari, soprattutto dei poveri e dei malati, e chiediamo il dono di nuove e sante vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e al matrimonio cristiano.
 
Amen.

✝ Massimo Camisasca FSCB

Mons. Vescovo Reggio Emilia - Guastalla




19 maggio, 2015

Riccardo Rampi

 “Voglio pensare che Alfredino che non ha mai potuto giocare col fratello, l’abbia voluto con sé in Paradiso e quando l’ha chiesto al Signore, è stato accontentato. Ora sono lì in Paradiso, abbracciati, due angeli custodi”.