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10 giugno, 2014

Daniele Massaro, nipote del cugino del seminarista ucciso, racconta la sua storia

 

Castellarano: Daniele Massaro, nipote del cugino del seminarista ucciso, racconta la sua storia


CASTELLARANO. A Castellarano, tra i discendenti di Rolando Rivi, c’è chi è diventato catechista ed è affascinato dalla sua storia particolarmente breve ma intensa.


«Quando ero bambino – dichiara Daniele Massaro – mio nonno Alfonsino Rivi mi raccontava sempre di suo cugino Rolando, della sua passione per la religione, di quando giocavano assieme e anche del momento della sua tragica morte».


Quando hai iniziato a interessarti alla storia di Rolando?


«Fino a 16 anni, nonostante in famiglia se ne parlasse spesso, non era un argomento che mi attirava. Ma dopo ho iniziato a leggere e ad approfondire la vita di quel mio giovane parente e ho capito che vi era qualcosa di eccezionale in lui, tanto che da tre anni lo porto come esempio ai ragazzi a cui insegno catechismo».

Agli adolescenti interessa la figura di Rolando?


«Sembra strano ma l’idea di questo ragazzo che, giovanissimo, ha seguito la sua fede fino alla morte affascina e coinvolge molto i giovani. Basta pensare al fatto che quando organizziamo la camminata da Castellarano fino alla chiesa di San Valentino, dove Rolando è sepolto, sono tantissimi i ragazzi che partecipano».


Che cosa ti ha colpito di Rolando Rivi?


«Il fatto che lui dicesse sempre “Sono di Gesù”. Uno dei modi per dimostrarlo era quello di portare sempre la veste talare. Non se ne separava mai, era come una seconda pelle: mio nonno mi raccontava che la portava anche quando giocava a calcio con gli amici. Non se la tolse nemmeno quando tutti in paese gli consigliarono di toglierla perché sul finire della guerra i partigiani comunisti erano a caccia anche dei religiosi».


Dopo quasi settanta anni dalla fine delle guerra, che idea ti sei fatto sulla morte di Rolando?


«Della sua morte sono sempre state date due versioni. Una era quella che fosse una spia dei tedeschi e per questo venne preso e ucciso dai partigiani. La seconda, invece, si basa sulla politica attuata dai partigiani comunisti, ossia quella di eliminare il più alto numero di preti e di religiosi. E Rolando, visto che portava la veste talare, era sicuramente un buon obiettivo. In ogni caso si è trattato di un atto disumano ed è inconcepibile pensare, ancora oggi, che un ragazzo di poco più di 14 anni sia stato preso, torturato per tre giorni e poi giustiziato solo perché non ha mai rinnegato la sua fede in Gesù».


E a proposito delle accuse di collaborazionismo con i nazisti cosa dici?


«Su queste accuse si basava la difesa degli assassini di Rolando. Una difesa che non resse in tribunale: in ben tre processi non fu mai ritenuta valida e nemmeno accolta. Alla fine i giudici diedero delle pene particolarmente alte, oltre 25 anni di galera, ai responsabili di quell’omicidio. Ma, a rigor di logica, come poteva fare la spia un ragazzino che andava sempre vestito da prete? Sinceramente non credo abbia senso, anche perché Rolando considerava la sua vita come una missione per diffondere il Vangelo e le idee di Gesù».


Cosa vuole dire avere un beato in famiglia?


«Sono felicissimo e spero di seguire i suoi insegnamenti. Il fatto che papa Francesco abbia nominato Rolando Rivi beato è stato un risultato eccezionale. E se la sua memoria non è stata persa, un grande merito lo si deve dare ai padri della Consolata, che hanno retto negli scorsi anni la parrocchia di San Valentino e che si sono impegnati a ricordarne la memoria. Insieme agli altri familiari di Rolando, ovviamente».


Adesso che cosa manca secondo te?


«Manca solo la proclamazione a santo, ma per questo è necessario il miracolo».


(Paolo Ruini)




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